India, un’esperienza da fare almeno una volta nella vita.

E’ passato poco più di un mese dal mio rientro dall’India, e solo adesso, forse, riesco a descrivere con lucidità questa esperienza: è stato un viaggio intenso che ha lasciato un eco dentro di me, ma anche fuori, dato che quando entro in casa riesco ancora a percepire l’odore di spezie che mi sono portata in valigia al ritorno 🙂

Ho sempre pensato che prima o poi l’India sarebbe stata tra le mie future mete, pensavo succedesse tra un pò di anni, ma a quanto pare quest’anno, doveva essere l’anno dei viaggi importanti.
Così, quando Manuela, la mia maestra di yoga, mi ha proposto di andare con lei e i compagni con cui frequento il corso, non ci ho pensato due volte; andare con lei mi rendeva ancora più contenta e sicura di intraprendere questo viaggio dato che sapevo non sarebbe stato semplice.

Il viaggio prevedeva una settimana in Ashram a Rishikesh, e altri tre giorni tra Delhhi e Haridwar, a nord dell’India.
So già che  con quest’articolo non riuscirò a descrivere tutte le cose e le sensazioni vissute, ma provo a fare un riassunto generale di quello che abbiamo fatto.

ARRIVO A DELHI

Atterrati a Nuova Delhi, sapevamo che ci avrebbe aspettati una notevole cappa di smog, (Delhi in questo momento è la città con il più alto tasso di inquinamento al mondo) quindi, muniti di mascherine, abbiamo raggiunto l’autobus che ci doveva portare in hotel a dormire dato che erano le 3 di notte.

L’impatto con il traffico indiano non è stato dei più semplici: mi limito a dire che gli indiani hanno le loro regole per strada e si capiscono a suon di clacson e campanelli, non di certo per la segnaletica che è inesistente o totalmente ignorata. Dopo circa mezz’ora in autobus da cui, tra un sorpasso e l’altro, potevo già rendermi conto della cruda realtà che ci circondava, siamo arrivati in hotel (che non era quello previsto e prenotato dall’agenzia, ma non mi dilungo sulle capacità di improvvisazione degli indiani), e devo ammettere che anche qui la sensazione di disagio appena entrata in camera e aver constatato le condizioni igieniche è stata abbastanza forte. Eppure con i giorni avrei capito che quella sarebbe stata una delle nostre migliori sistemazioni.

Il primo giorno abbiamo visitato la parte vecchia della città di Delhi dove si trova la Moschea più grande di tutta l’India, nota come Jama Masjid; in seguito la guida ci ha accompagnato a fare un simpatico giro con i risciò in mezzo alla folla e al traffico dove non ci siamo fatti mancare il primo Samosa del viaggio, una specie di involtino fritto di patate, piselli e spezie, e che è abbastanza famoso tra i food street.

RISHIKESH, LA CAPITALE DELLO YOGA

Il giorno seguente ci siamo trasferiti a Rishikesh, dove ci aspettava una settimana dedicata alle attività di yoga e meditazione presso lo Yoga Niketan Ashram; è stato un gran sollievo atterrare e vedere il cielo azzurro e una luce limpida al contrario del cielo terso e il sole offuscato dallo smog di Delhi.
L’ashram era situato proprio sulle rive del sacro Gange e ai piedi della catena Himalayana.

Le giornate in ashram erano scandite dal suono della campana che dava il via alle varie attività: il primo tocco suonava alle 5 di mattina con la sveglia per andare a fare la meditazione delle 5.30, poi lezione di yoga e colazione alle 8.15. Durante il giorno, per chi voleva, c’erano lezioni di pratica o filosofia (sono andata il primo giorno per poi disertare tutti gli altri giorni a causa della scarsa comprensione che avevo per l’inglese parlato dagli indiani), alle 16 suonava la campana per il tea, alle 16.30 lezione di yoga, alle 18 meditazione e alle 19.30 la cena. Il programma più o meno era questo e le giornate in un ashram trascorrono così, lente, essenziali, silenziose; “iniziate a togliere il superfluo”, non a caso Manuela ci aveva avvisato con questa frase appena arrivati.

Si mangiava tutti insieme, silenziosamente, in una sala rigorosamente scalzi, ognuno con una  sola posata andava a farsi riempire il piatto con il pasto unico del giorno (più o meno sempre lo stesso, costituito da riso bianco, verdure cotte speziate, e chapati) e dovevamo prendere solo quello che si era sicuri di mangiare per non lasciare nulla.Una volta finito ognuno si lavava il proprio piatto e lo riponeva a posto.

Noi avevamo a disposizione solo 10 giorni ed eravamo piuttosto curiosi di vedere quello che ci circondava; non abbiamo passato tutti i giorni a praticare e meditare, ma abbiamo anche visitato Rishikesh, assistito una volta  al Ganga Aarti, la Cerimonia sul Gange che si svolgeva ogni giorno all’ora del tramonto, un rito in onore del fiume sacro molto suggestivo in cui viene utilizzato il fuoco come elemento purificatore e di benedizione.

Le musiche e i canti di questa cerimonia potevamo sentirli ogni giorno in lontananza direttamente dal nostro Ashram.

Camminare per Rishikesh significava stare in mezzo a un continuo frastuono di clacson, campanelli, odori, profumi, sapori, negozi e bancarelle che vendevano ogni cosa. (e noi non ci siamo fatti mancare tanto shopping)

I colori accesi delle vesti delle donne erano in netto contrasto con il grigio della polvere e rifiuti che c’erano per strada; le scimmie e le mucche erano frequenti tanto quanto le motociclette che si facevano strada a suon di clacson in mezzo alla gente che camminava.

 

Abbiamo visitato il Maharishi Mahesh Yogi Ashram meglio conosciuto come l’Ashram dei Beatles che negli anni ’60 lo avevano frequentato per stare vicino al guru Maharishi dal quale appresero la tecnica della meditazione trascendentale e dove composero uno dei loro album più famosi. Ad oggi ci sono solo le rovine perché è stato abbandonato negli anni 90, ma è comunque un posto suggestivo, pieno di graffiti e in cui si percepisce ancora una forte energia.

 

Un’altra cosa che abbiamo visto a Rishikesh è stato il Tempio Trayambakeshwar nella zona di Lakshman Jhula, il ponte costruito sul Gange che collega due parti della città; il tempio è un edificio di 13 piani con all’interno diverse divinità indù e all’ultimo piano del quale si trova un omino che ti dà una benedizione e ti mette al polso un filo rosso e sulla fronte il Trishula, il simbolo del tricorno che il dio Shiva, si dice, ha utilizzato per tagliare la testa originale di Ganesha.

L’ultimo giorno a Rishikesh lo abbiamo dedicato a un’escursione al Kunja Puri Temple, il Tempio della Dea Sati, la prima moglie di Shiva, e per raggiungerlo abbiamo camminato in mezzo a dei sentieri dai quali si poteva vedere distintamente l’Himalaya, complice per fortuna una luce limpidissima che ci ha accompagnati fino al Tempio che si trova a un’altezza di 1600 metri.

HARIDWAR

Gli ultimi due giorni del nostro viaggio li abbiamo trascorsi ad Haridwar, l’altra capitale della spiritualità  in India insieme a Rishikesh e Varanasi. Qui abbiamo visitato vari templi, e non abbiamo incrociato neanche un occidentale per le strade a differenza di Rishikesh che invece, come avevamo constatato, viene abbastanza presa d’assalto dal turismo dello yoga.

 

L’ultimo giorno siamo risalti sull’autobus in direzione Delhi da cui sarebbe partito il volo del rientro.

Durante quel tragitto verso l’hotel in cui avevamo dormito la prima notte, ho preso consapevolezza che quella sensazione di disagio che avevo avuto appena arrivata non c’era più.

Ho potuto osservare dal finestrino senza fastidio le strade dissestate, la gente che dormiva per strada, i baracchini ambulanti che vendevano noccioline o le bustine colorate piene di non so che cereale o tabacco, i mucchi di rifiuti ed escrementi, gli edifici di cemento che cadono a pezzi, l’aria offuscata dalla polvere o dallo smog, i tuc tuc che suonano in continuazione, gli autobus che ci sorpassavano a pochi cm di distanza, persone in 3 su una motocicletta, la polvere, i mattoni accatastati, le mucche in mezzo la strada.

L’India è questa, si può amare e odiare allo stesso tempo,  almeno per me è stato così, e se volete andarci preparatevi a ubriacarvi di suoni, odori, sapori, emozioni che non ve la faranno dimenticare in poco tempo.

Riassumo alcuni dettagli più tecnici di cosa occorre per recarsi in India:

  • passaporto e visto
  • nessuna vaccinazione obbligatoria, almeno per zona in cui sono stata io, per altre meglio informarsi.
  • fermenti lattici utili sia prima della partenza che durante la permanenza date le condizioni igieniche e l’alto rischio di accusare dissenteria. Ricordarsi di bere sempre acqua in bottiglia sigillata , io usavo quella anche per lavarmi i denti.
  • il periodo migliore è quello tra ottobre e novembre.
  • grandissimo senso di adattamento.

2 thoughts on “India, un’esperienza da fare almeno una volta nella vita.

  1. Cara Elisa hai descritto perfettamente ciò che i nostri occhi hanno visto e le emozioni che abbiamo provato. Poi c’è il vissuto personale che ognuno di noi conserva nelle proprie menti e nelle proprie cellule perché l’India inspiegabilmente, magicamente e piacevolmente ti entra dentro e non ti abbandona più… Anzi ti lascia il desiderio di farvi ritorno. Grazie Elisa per aver condiviso il nostro primo viaggio assieme! Alla prossimo bellissima e curiosa avventura 💞

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